Associazione Lavoratori ACNA Cengio

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Signori Sindaci ,

a riscontro della delega di cui alle Vostre deliberazioni CC/2016 volte a “perseguire ogni utile condizione per il raggiungimento delle irrinunciabili certezze di sicurezza ambientale, ristoro del danno e sviluppo dell’area” trasmetto le considerazioni finali relative al SIN ex ACNA di Cengio.

Le attività di osservazione e indagine svolte, via via portate a conoscenza degli Enti e Istituzioni aventi causa, sono così riassumibili:

  • i lavori nel sito in questione si protraggono senza sosta da 17 anni, sul termine e sull’efficacia dei medesimi non è dato sapere;
  • il colossale ammasso di sostanze tossiche confinate e non rimosse dal SIN di Cengio, di gran lunga il più grande tra quelli conosciuti, incomberà in eterno sulla Valle Bormida piemontese;
  • il reale risanamento dell’area e la garanzia di sicurezza del territorio paiono di fatto vanificati da gravi errori e lacune progettuali;
  • il termine dei lavori, se e quando sarà, dovrà obbligatoriamente proseguire con un presidio tecnico permanente per il trattamento della ineliminabile produzione di reflui causati dal dilavamento delle acque meteoriche e di falda, il cui costo Syndial/ENI dovrà garantire senza limiti di tempo;
  • permangono inalterate le storiche difficoltà dovute alla collocazione geografica del sito: ligure per confine e giurisdizione, piemontese per tutte le conseguenze ambientali.

Nonostante la vicenda ambientale sia tutt’ora presente nella memoria collettiva della Valle le premesse su esposte, più avanti argomentate, richiedono puntuale richiamo delle fasi più significative della vicenda nel ventesimo anno dalla chiusura delle produzioni ACNA.

La sintesi storica degli eventi:

  • il conflitto secolare con lo stabilimento ACNA di Cengio si concludeva nel gennaio 1999 dopo dodici anni di lotta incessante dei Comuni e popolazioni di Valle Bormida. Una formidabile mobilitazione che coinvolse le provincie di Cuneo e Savona, dilagò tra Piemonte e Liguria, raggiunse notorietà nazionale. Ma la cessazione dell’attività chimico-industriale lasciava aperte profonde ferite sia per la compromissione conclamata dell’ambiente che quella meno nota dei danni alla salute, da sempre nascosti, negati;
  • a prova della gravità del danno biologico causato dal “sistema ACNA” (patologie tumorali che costavano fino a cinque anni di vita rispetto alla vita media nazionale) su iniziativa dell’Associazione Lavoratori Acna e proposta del Deputato On. Guido Crosetto veniva riconosciuto con l’art. 3 – legge 350/2003 il “Rischio chimico per l’esposizione alle cloro-nitro ammine all’Acna di Cengio”. Tale norma disponeva l’indennizzo previdenziale compensativo per tutti i dipendenti e rappresenta tutt’ora caso unico a livello europeo e verosimilmente mondiale;
  • con ordinanza 2986 la Presidenza Consiglio dei Ministri del maggio 1999 il dott. Stefano Leoni era nominato Commissario delegato per il Sito di Interesse Nazionale ex ACNA (ora ENIchem). Iniziava la fase di caratterizzazione dei suoli e la progettazione della bonifica delle aree sia interne che esterne al perimetro dello stabilimento chimico, circa seicento mila mq;
  • veniva decisa la realizzazione di un massiccio muro di cinturazione del sito a ridosso del Bormida, incardinato in profondità nella marna per costituire, secondo progetto, una barriera impermeabile verso il fiume e al tempo stesso difesa dalle esondazioni. L’area circoscritta, circa 550 mila mq, veniva successivamente divisa da un diaframma per costituire due aree pressochè equivalenti:
    • ZONA 1 per l’ammasso delle scorie generate dalla storia aziendale, le demolizioni indifferenziate degli impianti di produzione, le rivenienze chimiche emergenti degli antichi occultamenti interni e ed esterni al sito, complessivamente oltre tre milioni dimc, circa cinque milioni di tonnellate.
    • ZONA 2 destinata a reinsediamenti industriali previa bonifica superficiale. Il progetto stabiliva che il livello della falda doveva essere mantenuta alla profondità minima di 1,20 metri rispetto al suolo mediante estrazione in continuo con pompe e invio all’impianto di depurazione.
  • nessuna scelta tecnica, men che meno l’intero progetto, veniva sottoposto a procedura di VIA, anzi la Regione Liguria sosteneva come non necessaria la Valutazione di Impatto Ambientale optando per la sbrigativa formula della messa in sicurezza”, forse ritenuta sufficiente per il fatto che il sito è valle dell’abitato di Cengio, non impatta nulla sul medesimo ma scarica ogni emissione in territorio piemontese;
  • imperscrutabili i motivi per cui la VIA non sia stata richiesta, anzi pretesa a buon diritto, dalla Regione Piemonte a tutela dei Comuni del proprio territorio, della propria gente. L’unica azione contraria alle scelte adottate verrà dalla Commissione Europea che avvierà una procedura di infrazione contro l’Italia, ritenendo doversi applicare le “rigorose direttive previste per le discariche di rifiuti pericolosi, in specifico la Valutazione di Impatto Ambientale per la protezione dell’ambiente e della salute umana”.
  • Con il 2002 Syndial /ENI (ex ENIchem) inizia i lavori di bonifica cominciando con i nove “lagoons” colmi di 400 mila mc di acque sodico-potassiche e vari residui organici, una operazione a tal punto infernale che si fermò al settimo, gli ultimi due tombati dalla successiva montagna di scorie via via accumulate nella Zona 1;
  • le operazioni si sviluppano a guida del commissario Leoni, al quale subentra nel 2005 il Prefetto di Genova Giuseppe Romano. Entrambi i Commissari operanti con il metodo della concertazione con gli Enti pubblici sia liguri che piemontesi;
  • nel 2008 l’Avvocatura dello Stato avvia azione giudiziaria in sede civile presso il Tribunale di Genova contro Syndial/ENI, volta al risarcimento del danno ambientale causato al territorio, esponendone la quantificazione preliminare in 218.893.315 Euro.

Il procedimento viene successivamente sospeso per verificare la possibilità di una soluzione transattiva sull’entità del danno richiesto. Allo scopo si aprirà un tavolo di confronto presso il Ministero dell’Ambiente con Syndial e le regioni Liguria e Piemonte;

  • da quel momento i Comuni piemontesi di prossimità non verranno mai formalmente informati sull’andamento della trattativa, se definibile tale;
  • ottobre 2010, sede ACNA: Syndial/ENI e il Ministro dell’Ambiente insieme ai governatori di Liguria e Piemonte riuniscono le Provincie di Savona e Cuneo, i Comuni della Valle, l’Associazione Rinascita Valle Bormida. Viene illustrato l’avanzamento dei lavori ormai prossima alla conclusione, descrivendoli come fiore all’occhiello delle bonifiche”. L’unico dissenso è dell’associazione Rinascita Valle Bormida (Maurizio Manfredi). Stupisce come la Provincia di Cuneo, l’Ente più direttamente interessato e consapevole della situazione, non abbia pronunciato una sola parola a tutela del territorio di sua competenza, lasciando passare un messaggio fuorviante e lesivo che abbandonava i Comuni a una deriva ad oggi non finita;
  • l’esito di quel silenzio-assenso determina la fine di una gestione commissariale dimostratasi all’altezza di un compito non facile che, soprattutto, concertava ogni decisione con il territorio. Da quel momento, ovvero da oltre otto anni, Syndial/ENI opera in modo autonomo e incontrollato, quantomeno da parte di chi ne ha primario interesse:  il Piemonte;
  • come si sia potuto lasciare tanta libertà al responsabile del peggiore disastro ambientale conosciuto ha del clamoroso e merita di essere registrato, a futura memoria, come ulteriore amaro capitolo di una vicenda affatto conclusa.

Le principali considerazioni tecniche sul sito:

  • il muro perimetrale di delimitazione e contenimento non sembra assicurare affatto la efficace tenuta verso il contiguo fiume Bormida. Ne è prova la presenza di percolato visibile in profondità nei cinque pozzi esterni al perimetro. Colore, odore e analisi chimica risultano
  •  
  • rivelare la presenza delle tipiche sostanze di produzione ACNA. Analoga fuoriuscita e dispersione negli strati profondi è presumibile lungo tutto il perimetro di 2 chilometri lato fiume, un problema tecnicamente non rimediabile salvo moltiplicare il numero dei pozzi, estrarre a ciclo continuo il percolato e inviarlo al trattamento interno per un infinitoricircolo;
  • analoghe considerazioni valgono per l’area diametralmente opposta (attraversata longitudinalmente dalla ferrovia Torino – Savona), circa trentamila mq compresi tra il muro perimetrale e la strada provinciale 339. Pur essendo all’interno del perimetro del “Sito di Interesse Nazionale” come delimitato con Legge n. 426/98, Syndial ha venduto detta area a un’impresa locale, da cui la denominazione di Area Merlo”.
  • Opportuno interrogarsi sulla logica e/o necessità e/o liceità di liberarsi di quella specifica porzione di sito, che viene rapidamente tombato con non meno di centomila mc di materiali inerti.

Salvo che:

  • nel dicembre 2016, a seguitodi azioni fortemente insistite, ARPA Liguria rende pubbliche le analisi delle acque sotterranee dell’Area Merlo, dichiarandole “univocamente riferibili alle attività del sito Ex ACNA: naftalensolfonici, clorobenzeni, nitroclorobenzeni, aniline, solventi alifatici clorurati, nonché elevatissime concentrazioni di benzene fino a 400 volte superiori ai limiti di legge”;
  • “contestualmente” la Provincia di Savona emette ordinanza avverso Syndial/ENI, che subito nega responsabilità proprie su un’area di cui “non è proprietaria”, disconoscendo la genesi di molecole di assoluta tipicità ACNA (in quanto inesistenti in ogni altra parte di Italia), e dimenticando che il benzene è stato per cent’anni la principale materia prima della chimica ACNA, dai prodotti esplodenti agli intermedi per coloranti;
  • a seguito dell’interessamento dell’Eurodeputato Alberto Cirio vienerisvegliata” laprocedura di infrazione dormiente in Unione Europea. Per sanare “in qualche modo” una situazione “dimenticata” il Ministero dell’Ambiente ricorreva a una inedita procedura di “VIA postuma da realizzarsi d’intesa con Syndial/ENI: una palese contraddizione in termini!;
  • a settembre 2016 otteniamo audizione presso la Commissione Parlamentare di indagine sul traffico illecito dei rifiuti, presieduta dall’On. Alessandro Bratti, ivi riferendo la dimensione e la gravità di una situazione fuori controllo e sollecitando una visita al sito;
  • in maggio 2017 la Commissione Parlamentare al completo effettua il sopralluogo a Cengio, seguito da una seconda audizione presso la Prefettura di Savona allargata alle Regioni Piemonte e Liguria. La consapevolezza acquisita e le raccomandazioni che la Commissione inviava al Ministero dell’Ambiente non sortiscono riscontro alcuno dal medesimo, non diversamente dalle inascoltate richieste di udienza dei Comuni, idem per l’accesso agli atti;
  • in ottobre 2017 il Ministero dell’ambiente convoca una conferenza dei servizi per “addivenire alla archiviazione della procedura di infrazione”, sorprendente tentativo di risolvere per via burocratica un conflitto di tale portata . La nostra protesta suscita sorpresa ma nessuna reazione, come fosse una questione di poco conto, un fastidio dimenticato e ora riemerso. Il Ministero appare entità lontana, astratta, inaccessibile, un buco nero che tutto assorbe e nulla restituisce;
  • in aprile 2018, come prevedibile, l’improbabile “Valutazione di Impatto Ambientale postuma” si arena nel silenzio generale. Esito scontato, sconosciute le motivazioni, ennesima conferma di “cosa loro”.

Nel corso del 2018 proseguono senza sosta azioni per dimostrare che la Valle Bormida non sarebbe ricaduta nella muta rassegnazione seguita alle “conclusioni” del 2010. Tra tali “disturbi”, dopo dieci anni dalla iniziale citazione del 2008 si ravviva la vertenza civile per il danno ambientale avanti il tribunale di Genova. Vengono nominati i Consulenti Tecnici sia di Ufficio (Tribunale) che di Parte (Ministero e Syndial/ENI). Tali relazioni sono state rese verosimilmente note nell’udienza dell’8 gennaio u.s., alla quale il nostro territorio non è stato e non sarà ammesso in futuro. Infatti, secondo legge, il danneggiato è il Ministero, non i Comuni della Valle Bormida e nemmeno la Regione Piemonte alla quale compete, stante l’eccezionalità del problema, la vigorosa difesa politico-amministrativa a tutela del proprio territorio.

Sorprendente e significativa, su tutto, la pervicace esclusione da ogni coinvolgimento dei conoscitori viventi della vicenda ACNA, ultimi testimoni di una complessità che rende unico questo SIN. Anche per questo motivo la presente relazione intende rendere pubbliche le più significative criticità irrisolte in quel sito, alcune non più risolvibili.

All’interno del sito nulla è “bonificato”:

  • non lo è ovviamente la Zona A1 con la montagna tossica lì accumulata in 17 anni, di cui ben otto “sulla fiducia” grazie alla cessazione del controllo pubblico congiunto indotto da quel Ministero e quelle Regioni, che consentirono a Syndial/ENI enormi movimentazioni in totale autonomia. Nonostante i muri perimetrali ed i previsti lavori di “capping” ancora lontani dal completamento e, a parere del sottoscritto suffragato da scienza, esperienza e coscienza, non sarà mai possibile escludere fuoriuscite di percolati ad altissima tossicità da un’area di 30 ettari. La scelta della sbrigativa “messa insicurezza  e non la “valutazione di impatto” per quella che è indiscutibilmente una discarica di rifiuti tossico-nocivi, ha enormemente penalizzato anche sotto l’aspetto finanziario i Comuni di prossimità, escludendoli dalle forme di indennizzo previsti per le discariche. Danno secolare, beffa perenne;
  • non lo è nemmeno la Zona A2 “bonificata con misure di sicurezza”, una procedura prevista dal DM 471/99 ma cancellata dal Codice dell’Ambiente (D.Lgs 152/2006). Sull’area, già certificata idonea, ben difficilmente potranno essere fondate nuove strutture produttive proprio per le “misure di sicurezza” che consistono nel mantenere lafalda acquifera alla profondità minima di 1,20 rispetto al suolocon l’aspirazione di 128 pompe immerse in altrettanti pozzetti. Tale misura compromette di per sè qualsiasi esigenza costruttiva (fondazioni, cavidotti, fognature) in quanto interferente con un sedime che diventa rifiuto a tutti gli effetti, con relativi costi di smaltimento.

Si consideri infatti che:

  • la quantità di acque di falda da trattare secondo progetto è 6,7 mc/ora
    • in assenza di precipitazioni vengono estratti da 30 a 40 mc/ora
    • la capacità del sistema di depurazione è di circa 200 mc/ora
    • con la quantità di 100 mm che di un normale giorno di pioggia nella sola Zona A2 cadono 50 mila mc, vale a dire 2080 mc/ora, dieci volte tanto la capacità di trattamento.Dove va quest’acquase non a lordarsi a contatto del sottosuolo?
    • nella eccezionalità del novembre 2016 sono caduti in due soli giorni 650 mm di pioggia, 350 mila metri cubi sull’intera area SIN al ritmo di 7300 mc/ora: se il sito fosse davvero a tenuta non sarebbe stato praticamente “navigabile”?.

Infatti il Rapporto di monitoraggiopiezometrico in area A2 e A2 bis” redatto il 17 giugno 2014 dal “Centro di competenza idrogeologica della Provincia di Savona”     – pag. 27 osservazioni conclusive – denuncia che “nell’ottica di un futuro riutilizzo del sito debba essere potenziato l’attuale sistema di emungimento al fine di evitare che l’acquifero possa raggiungere livelli prossimi al piano di campagna”. Ovvero l’emersione della falda in superficie.

Non possono essere altri che questi i motivi per cui Syndial/ENI valuterebbe l’integrale asfaltatura dei 25 ettari della Zona A2 per impedire che le acque meteoriche diventino reflue. In ogni caso il re è nudo: impermeabilizzare l’area significa farne pressapoco  un parcheggio, lasciarla tal quale comporta l’ingestibilità dei volumi idrici in gioco.

Si consideri che Syndial ha inserito quest’area nel “Progetto delle aree di crisi complessa della Provincia di Savona” (disponibili 2 milioni di mq per insediamenti industriali), ma quale imprenditore sceglierà quest’area conoscendone i vincoli? Non sono stati proprio questi problemi a far saltare la cessione dell’area al consorzio industriale CORRIVAL già nel 2013?  E’ “normale” che la Società proprietaria e responsabile del sedime possa liberarsi “in qualche modo” di quella storia? Il risultato è la pietra tombale sul futuro della Zona A2,quella che doveva nobilitare tutto il progetto.

Anche all’esterno del perimetro nulla risulta bonificato:

  • nonlo è la Zona A3, l’area golenale del Bormida esterna al muro, dove vennero accumulate le “collinette degli ossidi di riduzione esausti” provenienti dalle lavorazioni del MetaAminoFenolo e Anilina, poi rimosse e spostate in A1. Che ne è degli oli letali non biodegradabili che contenevano, inevitabilmente percolati nel profondo? Le migliorate condizioni superficiali del fiume non dicono nulla, anzi possono nascondere l’amplissima varietà delle molecole generate dall’inconfondibile dna ACNA. Silenzio dai “bonificatori”, anche questa è solo cosa loro?
  • non lo è l’area Merlo, tre ettari di sito di interesse pubblico venduti ad un privato con un atto che, a rigore, dovrebbe essere annullato su azione del Ministero Ambiente, per riportarlo anche formalmente sotto la responsabilità di chi lo ha compromesso negandone l’evidenza, ma aderendo al tempo stesso – novembre 2017 – a un protocollo interregionale per il monitoraggio analitico dei piezometri. Da allora non si ha notizia di sforamenti anche minimi rispetto ai clamorosi dati iniziali, mentre il sito è rimasto visivamente tal quale.
  • non è finita sul fronte dei tumoriche continuano a inseguire e raggiungere gli ex lavoratori esposti alle ammine aromatiche a causa del periodo di latenza anche superiore a trent’anni, sono loro a pagarne il prezzo in anni di vita. Sembrerebbe “roba vecchia”, colpa di predecessori che furono, invece nemmeno questo è vero: ENIchem, poi Syndial/ENI è subentrata in Acna nel 1989 e fino alla chiusura definitiva ha prodotto ininterrottamente, tra altro, l’acido 2 ammino-1,5 naftalendisolfonico (acidoTobias), una lavorazione con una fase intermedia a beta-naftilamina”, sostanza bandita già dal 1960 causa conclamati effetti cancerogeni alla vescica. In ACNA quell’intermedio di reazione chimica venne semplicemente definito impurezza P”.

La realtà del “fiore all’occhiello delle bonifiche”

  pittosto che “bonifica” sembra essere una malriuscita e incompleta “messa in sicurezza”: a parte la modesta quantità salina ex lagoons nulla è stato rimosso ma tutto accumulato a costituire immane eterna eredità per la Valle Bormida piemontese;

 l’entità, la nocività, la pericolosità intrinseca di tale “discarica di fatto” insieme all’imperfezione delle opere di contenimento ne obbligano il presidio tecnico operativo senza limiti temporali, stante l’ineliminabile rischio potenziale che conserva;

 il presidio deve pertanto rispondere ad un organismo di controllo sovraregionale che condivida, alla buon’ora, la responsabilità di un “sito di confine che così tanti guasti ha creato per la sua collocazione geografica. La gente della Valle si è guadagnato a ben caro prezzo il diritto non negoziabile a questa tutela.

La conclusione, scusandomi per la personalizzazione

Danni ambientali e danni biologici, questa è l’essenza della vicenda ACNA/Valle Bormida da non dimenticare ma piuttosto da custodire, e condividere, così che il suo enorme costo umano e finanziario produca almeno esperienza e insegnamento, non maceria e oblio.

Sia dunque l’occasione di ogni Funzione Pubblica per agire di concerto a servizio del territorio, senza gerarchie mortificanti, andando oltre le “ragioni di legge”. Parta dal Ministero dell’ Ambiente  il vero cambiamento, per rigenerare finalmente fiducia e prospettiva.

E’ stata più di tutto la scarsa disponibilità all’ascolto a fare del più antico e noto disastro ambientale di questo Paese una costosissima occasione perduta e non l’opportunità che doveva essere, sia per le attese che per l’impegno dichiarato della stessa Syndial/ENI (dichiarazioni dell’AD Giovanni Milani, audizione presso la Commissione Parlamentare di inchiesta sul traffico illecito dei rifiuti, resoconto stenografico seduta mercoledì 1 aprile 2015, pag. 4, 7° capoverso).

Una ben grave responsabilità se si considera che, ad oggi, sarebbero stati spesi oltre 350milioni di euro (diconsi trecentocinquantamilioni) con una plausibile proiezione a 400 e con risarcimento ancora a zero: si direbbeun fallimento senza precedenti. 

E’ d’obbligo per tutti una exit strategy da questa storia infinita. Sul risarcimento del danno ambientale si condivida la soluzione di un’intesa transattiva purchè sia onorevole, oggettiva, finalmente rispettosa dei Comuni nei quali si è prodotta la massima parte dei danni all’ambiente, allo sviluppo, alla occupazione, alla condizione socioeconomica, alla salute.

Ignorare ancora la loro storia sarebbe delitto. Questa volta per sola mano pubblica!

A disposizione per fornire ogni utile testimonianza storica e tecnica, prove documentali, analitiche, fotografiche.

Camerana, 30 gennaio 2019

Pier Giorgio Giacchino